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Discariche, il libro di Treccagnoli

 

Domenica 17 settembre, alle 118.30, in collaborazione con l’Ascom, la quarta edizione di Giuglianofiera.com, ospita la presentazione del libro di Pietro Treccagnoli “Non lo chiamano veleno”.

L’appuntamento si svolgerà alle 18.30, nell’area convegni, sul piazzale dell nuovo stadio comunale De Cristofaro di via Pigna, a Casacelle.

Interviene Raffaele Topo, sindaco di Villaricca, impegnato nella battaglia contro l’attivazione di un’altra discarica su via Ripuaria.

Per l’Ali è l’occasione è buona per riprendere il discorso sull’emergenza rifiuti, purtroppo ancora di grande attualità, avviato con il dibattito sull’ambiente che si è svolto tre anni fa nel nostro auditorium di via Genovesi. Vi parteciparono i sindaci del comprensorio, il subcommissario governativo all’emergenza rifiuti di allora, Giulio Facchi, il manager della Asl Na 2, i tecnici di Fibe e Arpac.

L’opera- La recensione- l’intervento di Montesano

Cita Nietzsche Pietro Treccagnoli nel suo noir “avvelenato” dal business dei rifiuti

Discariche tossiche e affari sporchi in un impasto di dialetto e lingua contadina
“Un divertissement amaro e scanzonato sulla devastazione inflitta all’entroterra napoletano, tra commissari sbrindellati e criminali spietati. Un ‘nero’ che porta alla luce con brio e disinvoltura un altro luogo oscuro di Napoli”. Così, con sintetica efficacia, lo scrittore Giuseppe Montesano.

L’Opera
Prostitute africane, piccoli spacciatori, arabi clandestini, commissari dediti a piaceri singolari, poliziotte allupate, boss spietati, mafiosi omosessuali e trafficanti di rifiuti tossici: un universo che cade a pezzi dove il sesso, comprato estorto o regalato, è l’unica lingua che tutti sanno parlare e che tutti capiscono. Quella che un tempo era la “Campania felix” è ora una grande discarica, dove si muore perché si sa troppo o si vuole sapere troppo. Ma a ribellarsi alla violenza delle ruspe e dell’immondizia è la terra stessa, ingravidata dagli scarti del consumismo e protetta da antiche divinità innominabili, fetide e vendicative. E non c’è spazio per nostalgie perché neanche il passato può essere più un rifugio. A nord di Napoli, tra il mare e la campagna, va in scena un noir acido e felice, costruito come una tela di Hieronymus Bosch, un disegno di Jacovitti o un film di Tarantino, raccontato con una lingua nuova, fortemente ibrida, che mescola italiano e dialetto, parole perdute e citazioni musicali e cinematografiche.

Il pesce piccolo
“Io mi chiamo Adriano, ma tutti mi chiamano Belmondò. Non perché somiglio all’attore francese. Io somiglio di più a Celentano quando era giovane e mi chiamo pure come lui. Però ho più capelli, anche se li preferisco tirati all’indietro, con la zazzera. Somiglio pure a Teocoli, che somiglia a Celentano. Lo imita pure, Teocoli a Celentano, si capisce. Mica io. Io non canto, non ballo e non imito a nisciuno. Io spaccio e faccio lavori sporchi. Fatico con i drogati, gli sballati e la monnezza. Ma la monnezza sporca, quella che tutti si schifano di toccare. Rifiuti industriali, ospedalieri, tossici e se mi capita pure rifiuti radioattivi. Sto negli affari. Tratto con chi capita. In genere con qualche boss casalese o siciliano. Sono loro che gestiscono l’affare vero e proprio. Loro mi fanno arrivare gli ordini attraverso i loro scagnozzi e io eseguo. Io sotterro le schifezze. Nell’ambiente sono conosciuto e poi c’è tanta di quella campagna qua attorno. Terra senza più piante, cave abusive, masserie abbandonate. È una cosa facile facile. Basta farlo di notte. O in orari strambi. O la domenica mattina. Bisogna avere qualche camion, qualche autista albanese, qualche nero muort’’e famme che scava. Ma soprattutto bisogna far cacare sotto i campagnuoli, quei quattro fessi che ancora zappano e cògliono percòche e mele annurche. Farli cacare sotto, perché non devono parlare. A questo ci pensa Mellone, il mio braccio destro. È un provolone, ma è cattivo, spara bene, dice, ma non l’ha mai fatto, non è necessario. Per quanto ne so io, Mellone pensa solo a farsi le canne, a sniffare cocaina, a chiavarsi le zoccole e i ricchioni trans e farsi inchiappettare dagli impestati comm’a isso. È un malato. Ma a me serve. Io faccio gli affari, mica so’ strunzo comm’a isso”.

La forza dell’ordine
Nel fango da discarica che insozza il litorale domiziano – e che campeggia sulla copertina del libro – sguazzano personaggi come Belmondò, Mellone e altri brutti ceffi che dell’immondizia hanno fatto il proprio mestiere. Ma la “monnezza” da quelle parti è uno status quo, una sorta di habitat non naturale ma naturalizzato, cui tutti, compresi i difensori dell’ordine, si sono col tempo assuefatti. “Il mio nome è Ascione. Commissario Ascione. Da grande avrei voluto fare il carabiniere, perché mi piacevano le uniformi con i pennacchi. Poi mi sono trovato poliziotto. E sono stato pure in Alta Italia un sacco di anni, dove il cielo non si vede mai, come diceva ’a nonna mia Filomena. E così sia. Ammen. Rifrisco e sullievo pe’ ll’aneme d’o purgatorio. Ammen. Il mio nome è Ascione, ma chiamatemi pure Commissario. Che me ne fotte? Io sto qui a passare le giornate affacciato alla finestra o ad acchiappare mariuoli, sentire chi si lamenta e a bere il caffè che porta il ragazzo del bar, quello con il codino e il piercing sul sopracciglio. Delitti? Spesso, come manda il cielo. Indagini? Pure. Rotture di cazzo? Sempre. È che tengo un’età. E le palle piene. Capelli bianchi e na panza fatta di vino e di birra. E ho pure paura di farmi le analisi: solamente la parola “trigliceridi” m’abbermenesce. Tocco il cornetto di corallo che porto sempre in tasca. O, se sto solo, mi gratto le palle. È meglio di una cura medica. Ringraziando Iddio, sto bbuono, cioè na fetenzia”.

Lingua di terra
Di questo sconfinato immondezzaio è specchio una lingua a tratti truculenta, gravida di umori terragni come pure di sapori antichi, dove i continui ed espliciti riferimenti alla sfera sessuale s’impastano con gli echi di Basile e con le reminiscenze contadine di una terra antica da cui promanano tutt’assieme vapori sulfurei e olezzi postindustriali. Un esperimento linguistico tanto ardito quanto riuscito, che riesce a tenere nella stessa pagina i “pesci piccoli” della malavita coi poliziotti, i “marrocchini” con le gabonesi, i delinquenti coi contadini, il mare con le cave.

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