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Le recensioni

 

Una grande performance con un coinvolgente finale quella proposta dalla compagnia Punto e a capo domenica sera 21 Maggio.

Un’ottima rappresentazione sia per ciò che riguardava l’interpretazione che per i contenuti. Innanzitutto, dobbiamo ribadire la bravura di ogni singolo attore che avevamo già avuto modo di vedere all’opera ma con una messa in scena diversa; allora ci proposero un Varietà, questa volta sono scesi nei meandri dell’animo umano con un testo, scritto e diretto dallo stesso Mario Russo, che ci ha traghettato verso un finale che ha strappato, non solo i meritati applausi ma che ha lasciato, per interminabili istanti, noi spettatori in uno stato di evidente trepidazione. Abbiamo notato che c’era chi asciugava qualche lacrimuccia, chi era rimasto senza parole mentre si spellava le mani per applaudire, e faceva segni d’assenso con la testa.

Ma andiamo con ordine: Federico Tagliaferri ha moglie e figlio ed abita in una casa dignitosa, pulita, ordinata, ma dove, purtroppo, l’unica fonte di entrata è rappresentata dalla pensione della suocera che alloggia presso di loro, sistemata alla meno peggio su di una rete che viene aperta e chiusa alla bisogna.
Quando capita, per un motivo o l’altro, che la suocera non possa prendere l’agognata pensione, ecco che i problemi in casa si amplificano e si moltiplicano all’ennesima potenza. A dire la verità il capofamiglia non è che abbia tanta voglia di lavorare, sapendo di poter contare sulla suocera che tutta l’entrata nelle mani della figlia. Il vitalizio, però, non basta a far in modo che si possa far fronte ad oneri ben più gravi che non siano il vitto quotidiano infatti, non riescono, da circa due anni, a pagare la dovuta pigione.

È chiaro che la famiglia vede avvicinarsi, sempre di più e con giusta preoccupazione, lo spettro del pignoramento nonché dello sfratto vero e proprio. Ma ciò che più angoscia Federico non è tanto le difficoltà economiche, che pure lo attanagliano e dalle quali non riesce ad uscirne, bensì il sospetto che l’adorato Carlo, suo unico figlio, non sia il “maschio” che lui tanto desiderava e che voleva veder correre dietro le signorine ricalcando, in un certo modo, le sue orme di sciupafemmine.

Mario Russo, regista ed impeccabile interprete, attinge, (anche) con alcuni passaggi, nel repertorio dei grandi del passato ma ci regala, insieme ai suoi compagni di viaggio, tra i quali giganteggia Rachele Esposito nelle vesti dell’odiata-amata suocera, e specie nel secondo atto, un copione che spazia dal grottesco al drammatico ponendo tutti di fronte ad un angosciante dubbio che lui stesso scioglie solo alla fine.

Si fa passare per pazzo di fronte all’allibito Ufficiale Giudiziario, interpretato magistralmente da Franco Rossano.

Si finge addirittura morto pur di evitare le spiacevoli conseguenze che si avrebbero con lo sfratto; infatti, quando arriva dall’America il legittimo proprietario trova i congiunti che versano calde lacrime sul presunto estinto; cerca di far ingelosire la moglie, la bravissima quanto affascinante Francesca Greco (nei panni di Carmela Spaccalegna), facendo il cascamorto con la dirimpettaia (Signora Cafiero), un’espressiva Alessia Allocca, pur non sopportando Annina la di lei figlia, interpretata dalla talentuosa Enrica D’Alo.

Insomma, tutti stratagemmi pur di non pensare e ripensare a suo figlio Carlo, che lui stesso, chiaramente contro il volere di mamma e suocera, aveva cacciato da casa con la scusa di andarsi a cercare un lavoro, con la speranza di poterlo “raddrizzare”, e per evitare, soprattutto, di vederlo crescere con quelle movenze e quegli atteggiamenti che, inequivocabilmente, dimostrano come, proprio suo figlio, sia “diverso”. Ogni difficoltà in casa Tagliaferri si risolve e si dilegua, come d’incanto, quando l’americano annuncia che ogni affanno economico è sparito in quanto una signora ha provveduto all’acquisto della casa.

Non solo: vengono a sapere che da quel momento l’abitazione è intestata proprio a Federico che ne diviene, così, il proprietario.

Tra l’attesa e la voglia di rivederlo passa del tempo che, anche se Federico non lo da a vedere poiché maschera molto bene la sua apprensione, lentamente lo tormenta e gli rode l’anima.

Come pure, adesso, resta da scoprire chi sia questa fantomatica signora che ha riscattato debiti vecchi e ha provveduto all’acquisto. La moglie e la suocera pensano, immediatamente, ad una vecchia fiamma di Federico; la signora di fronte gli suggerisce di lasciar perdere, in fondo ciò che conta è la sospirata tranquillità economica.

Ben presto si capisce chi sia la misteriosa donna che ha compiuto questo gesto. Un silenzio sepolcrale cala sul palcoscenico, gli spettatori ammutoliscono e la tensione si taglia con il coltello.

La straziante richiesta di essere accettato per quello che è, sono le sole parole che si odono per alcuni momenti; sono pochi istanti che sembrano un’eternità: Federico non vuole riconoscere nella “signora” suo figlio Carlo, non sembra voler rassegnarsi a ciò che il destino ed una bizzarra combinazione di cromosomi, hanno deciso.

Scrolla la testa. Non può essere, non è possibile. Eppure tutti coloro che lo attorniano gli chiedono di perdonarlo, per chissà quale colpa poi, e cercano di farlo desistere dal suo diniego. Carlo chiede pietosamente l’abbraccio del padre. Un abbraccio che tarda ad arrivare, un perdono che non è nelle corde di Federico. Il suo maschilismo fa nettamente a pugni con il sentimento paterno. Tutti immobili: spettatori compresi.

Mario Russo, con Bruno Masi (Don Alberto), Rosaria Patricelli la Polliera), Vittorio Connola ed Enzo Costabile (i due becchini), e senza dimenticare la piacente scenografia di Mario Nebbione, ha allestito una splendida rappresentazione, specialmente per quando concerne il secondo atto, ed ha saputo impaginare degli ottimi dialoghi, spassosi ma efficaci, per affrontare, con delicatezza e profondità, una tematica di non facile, o prevedibile, soluzione. A questo punto siete ansiosi di sapere com’è andata a finire, non è vero? Ve lo dico subito: meritati ed interminabili applausi per tutti. Penso di essere stato chiaro.

Filippo Di Nardo
filippodinardo@libero.it

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